Cinema & Editorial Photography
Cinema & Editorial
La fotografia di scena non è documentazione. È interpretazione di qualcosa che non si può rivedere. Il linguaggio che ho costruito sui set cinematografici entra in tutto il resto del lavoro, inclusi gli shooting di food o per un brand. Con il cinema si impara soprattutto a individuare momenti che raccontano una storia.
La prima cosa che mi ha insegnato lavorare su un set cinematografico è che la fotografia di scena appartiene a un tempo impossibile: si è presenti mentre qualcosa accade, ma quello che si produce deve avere vita propria una volta che quel momento è finito.
La formazione
Sui set cinematografici
Ho cominciato a lavorare sui set attraverso Fabio Lovino (Contrasto), uno dei fotografi di scena più importanti in Italia. Quella è stata una scuola molto precisa: imparare a muoversi in ambienti complessi senza disturbare il set, sviluppare un'attenzione al momento che non aspetta repliche, costruire un'estetica riconoscibile che non sovrasti il soggetto. Nel tempo quel modo di lavorare è diventato parte del modo in cui penso la fotografia in ogni contesto, non solo su un set.
Il lavoro sui set
Da The White Lotus a Immaculate
Ho lavorato su produzioni HBO, tra cui The White Lotus, su progetti Netflix, come Immaculate, alcune serie RAI e altre produzioni di Groenlandia e Lucky Red. Il set cinematografico è un posto strano per un fotografo: si è sempre al margine di qualcosa che non ti appartiene, e quello che produci deve essere fedele all'atmosfera del film e allo stesso tempo autonomo come immagine. Quando funziona, le fotografie di set diventano oggetti con una propria vita, indipendenti dalla campagna promozionale e dalla distribuzione del film.
Il tipo di attenzione che si sviluppa lavorando in queste condizioni, la capacità di trovare il momento in un ambiente non controllato, entra in tutto il resto del lavoro. È visibile nelle fotografie food, nei progetti per brand, nei ritratti editoriali.



Editoriale e pubblicazioni
Il ritratto e le riviste internazionali
Parallelamente al lavoro sui set ho sviluppato una pratica di ritrattistica editoriale. Ho pubblicato su The Guardian, Variety, Vanity Fair, GQ, The Hollywood Reporter. Il ritratto editoriale è una disciplina diversa da quella commerciale: richiede velocità, capacità di lavorare in condizioni imprevedibili e, soprattutto, la capacità di costruire qualcosa di genuino con chi si fotografa, anche in una finestra di tempo molto breve.
Il linguaggio cinematografico ti dà strumenti che secondo me costituiscono il lavoro del fotografo in modo viscerale: una certa attenzione alla luce ambientale, alla profondità dello spazio, al momento in cui una persona smette di posare e inizia semplicemente a esistere di fronte all'obiettivo.









Se stai lavorando su una produzione o cerchi un fotografo editoriale con un background cinematografico, scrivimi. Valuteremo insieme come possiamo collaborare.
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